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La confessione

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TotusTuus
view post Posted on 20/2/2010, 18:08 Quote




E' tempo di Quaresima, momento propizio per la riflessione e la conversione del cuore. Mi sembra utile riflettere su un grande sacramento, troppo spesso snobbato in questi nostri tempi: la confessione. Invece di annoiarvi con misere considerazioni personali, ho pensato di pubblicare una riflessione di un grande sacerdote e fine conoscitore di anime, Mons. Olgiati. Buona lettura!

La confessione



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INTRODUZIONE. – Si racconta che un farmacista di Parigi tenesse, ben custodite in un recipiente, alcune vipere. Una sera s’addormentò placido; ma, siccome il recipiente non era stato ben chiuso, le vipere uscirono, si avvicinarono a lui, gli circondarono il collo e le braccia. Quando egli si svegliò, provò una sensazione terribile, sentì il contatto dei rettili e intuì il pericolo che correva. Con sangue freddo, senza muoversi chiamò aiuto, fece portare del latte e le vipere, ghiottissime di questo, sciolsero il laccio e si precipitarono a bere. Così il farmacista fu salvo; ma, d’allora in poi, di vipere non volle più saperne. Anche noi spesso portiamo intorno alla nostra anima molte colpe; sono vipere terribili, dalle quali occorre liberarci. C’è un mezzo per questo: la confessione. Non facciamo prediche; teniamo una conferenza. Perciò discuteremo le obbiezioni più comuni, che contro la confessione vengono rivolte.

LE OBBIEZIONI. – Parecchi sono gli assalti che da ogni lato si muovono alla confessione:

1) La confessione, si dice, è stata istituita dai preti. Veramente, quando noi chiediamo: «Da quale prete?» nessuno sa risponderci. «Dal prevosto A?». «No». «Dal parroco B?». «No». «E allora…?». «Non importa; non so il nome, ma è certo che furono i preti a far questa invenzione».

2) Francesco Crispi stava per morire. Invitato a confessarsi, rifiutò, dicendo: «Io me la intendo direttamente con Dio». Ecco un’altra osservazione spesso ripetuta.

3) Il Sismondi nella sua Storia delle repubbliche italiane osservava: la confessione degrada un uomo. «È antiumano costringere un individuo a manifestare le proprie colpe. La nostra natura, la nostra fierezza si ribellano. La confessione non è altro che una sfida alla dignità dell’uomo. Come diceva Lutero, è una carneficina delle coscienze».

4) E poi, perché debbo inginocchiarmi dinanzi ad un altro uomo? Forse ha maggiori peccati di me sulla coscienza!... Un foglio massonico milanese, anni fa, scriveva: «La fede comanda: uomo, inginocchiati. Noi gridiamo: uomo, alzati. Ecco un contrasto irriducibile». È da stupido umiliarsi dinanzi ad un proprio simile solo perché è rivestito arlecchinescamente con un cencio nero, o perché pronuncia una formula cabalistica.

5) Non basta. Guardiamo in pratica alla confessione che si premette alla Comunione pasquale. Ci accorgiamo subito che si tratta di una farsa carnevalesca. Presentarsi ad un sacerdote, recitare una storia (sempre eguale) di peccati, per ricominciare alla sera stessa, anzi nello stesso giorno la vita di prima, non è forse ridicolo?

6) Finalmente, io non vado a confessarmi, perché di peccati non ne ho. Rubare… non rubo. Ammazzare… non ammazzo. Sono un galantuomo, io.
La Chiesa, quindi, per restare all’altezza dei tempi, dovrebbe abolire la confessione. Tutti allora diverrebbero cristiani.

UN’OSSERVAZIONE PRELIMINARE. – Vi sono altre ragioni contro la confessione. Alcune di esse non si dicono quasi mai. Per esempio. Raro è il caso di trovare uomini sinceri come François Coppée, il grande poeta francese, convertitosi sul letto di dolore alla fede della sua giovinezza. Nel suo volume su La bonne souffrance, esponendo le vicende della sua vita, egli narra come abbia abbandonato la confessione ed in seguito la religione, perché aveva sulla coscienza delle colpe che fanno arrossire. – Perdonate, se noi aggiungiamo che quest’ultima ragione, è la sola vera, la sola determinante.
Le altre sono pretesti. E lo dimostriamo subito.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ. – 1) Sarebbe stata una cosa strana la invenzione della confessione per opera dei preti. Supponete che un uomo, in Oriente o in Occidente, avesse avuto una simile idea; credete voi che gli avrebbero dato ascolto? È indubitato che questa novità enorme nella Chiesa, la nuova obbligazione umiliante, non si sarebbe potuto introdurla senza che centinaia di coscienze avessero protestati e si fossero ribellate. La storia, che ci ha conservato tutte le notizie di eretici e di eresiarchi, porterebbe qualche traccia anche d’una tale innovazione. Invece no; silenzio assoluto su questo punto. Al contrario: in tutti i secoli cristiani, anche nei primissimi tempi, troviamo la confessione.
È Gesù Cristo che la istituisce: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo. Saranno rimessi i peccati a quelli ai quali voi li rimetterete ecc.» (Giov., XX, 22-25). Son gli Atti degli Apostoli (XIX, 18) che raccontano che molti peccatori di Efeso venivano ai piedi di S. Paolo e gli confessavano i loro peccati. Sono i Padri, S. Clemente nel primo secolo, S. Ireneo nel terzo, e via dicendo, che parlano della confessione. È la storia del Cristianesimo tutto, che ci dice che il prete inventore della confessione si chiama Gesù Cristo. (Si vegga, per uno sviluppo di questo, il Monsabrè: Esposizione del dogma cattolico, quaresima 1885, conf. 74).
Un’osservazione. Se i preti avessero inventato la confessione, non avrebbero obbligato se stessi a confessarsi. Invece anch’essi si confessano. Un giorno P. Gioacchino Ventura venne chiamato da Pio IX; credeva si trattasse di affari; no. Il Papa gli disse: «Confessatemi». Anche il Papa e i Vescovi e tutti i preti si confessano.

2) E Crispi? Mi rincresce per lui. Ma ragionava coi piedi. Posto che Dio non ci perdona i peccati se noi non li confessiamo, è inutile gridare che ce la intendiamo direttamente con Dio; poiché Dio non vuole intendersela direttamente con noi. Non è chiaro? Ben a ragione – nel Concilio di Nicea – al vescovo novaziano Acezio, il quale metteva in dubbio la necessità del sacramento della penitenza e dell’assoluzione sacerdotale, Costantino replicava: «Ebbene, Acezio, prendete una scala e salite in Cielo da voi».

3) Al Sismondi ha risposto Alessandro Manzoni nella sua Morale cattolica:

«È della massima importanza separare la voce dell’orgoglio da quella della ragione… Se si considera nel sacerdote quell’autorità che gli viene da Dio e forma l’essenza della di lui missione, autorità di insegnare, di sciogliere e di legare, il sottomettervisi non è servitù, ma ragione e dignità… Quando un sacerdote, fremendo in spirito della sua indegnità e dell’altezza delle sue funzioni, ha stese sul nostro capo le sue mani consacrate, quando, umiliato di trovarsi il dispensatore del Sangue dell’alleanza, stupito ad ogni volta di proferire le parole che danno la vita, peccatore egli, ha assolto un peccatore; noi, alzandoci dai suoi piedi, sentiamo di non aver commesso una viltà… Noi siamo stati ai piedi di un uomo che rappresenta Gesù Cristo, per deporre, se fosse possibile, tutto ciò che inclina l’animo alla bassezza, il giogo delle passioni, l’amore delle cose passeggere del mondo, il timore de’ suoi giudizi; noi siamo stati per acquistare la qualità di liberi e di figliuoli di Dio».

Ed è così poco vero che il confessare una colpa sia contrario alla natura umana, che, viceversa, noi sentiamo il bisogno della confessione. Il cuore umano tende a confidarsi ad un altro cuore, soprattutto quando il rimorso lo tormenta. Per questo gli stessi pagani, Platone, Seneca, Plutarco, raccomandavano di «confessare i propri vizi», «pel timore che l’infermità dell’ingiustizia, dimorando nell’anima, non vi generi una corruzione segreta che diventi incurabile». E nessuno si stupì, quando un brigante, convertitosi a Dio, esclamò dopo la confessione: «Mi pare d’esser ringiovanito di 50 anni». È una pietra pesante ed opprimente che si leva dall’animo. È la tranquillità che si riconquista. La confessione non è la carneficina, ma il sollievo e la vita della coscienza.
Anche perché noi confidiamo il nostro segreto doloroso ad una tomba. Il cuore del sacerdote è simile ad un sepolcro. Se noi ci recassimo sull’orlo di questo e con un filo di voce dicessimo il nostro peccato, e ci sentissimo dappoi sollevati, non saremmo noi felici? È quello che avviene nel confessionale.
A ciò si aggiunga che invece di tormentare la coscienza, la confessione la forma, la educa, la plasma. Chi vorrà negare i benefici della confessione?...

4) L’errore fondamentale consiste nel considerare il sacerdote come un semplice uomo. No. Quando ti confessi, dice Lacordaire, non guardare all’uomo; guarda a Gesù Cristo.
Il sacerdote è come un ambasciatore. I nostri ambasciatore non rappresentano se stessi, ma l’Italia. Così il sacerdote non rappresenta la sua povera persona, ma Dio. E come le parole di un ambasciatore hanno un valore ben più grande delle parole d’un individuo, così la formula dell’assoluzione rimette i peccati.
Ci sia lecito di riportare un fatto del Monsabrè:

«Sul finire di quella rivoluzione sanguinosa, che fece tante vittime, un mendico moriva. Fino a quel momento con la freddezza e col suo feroce silenzio aveva gittato come un velo impenetrabile sulla vita perversa; ma, intendendo che l’ora di Dio si avvicinava, credette che fosse tempo di rivelare i misteri della sua coscienza. Chiamò un prete, e fu condotto al suo letto un giovane, la cui veste austera copriva dolori inconsolabili. “Amico mio, sono io, voi che avete chiamato”. “Voi od un altro, riprese il malato, uditemi e possiate non maledirmi”. Poi cominciò il racconto dei suoi delitti. Egli era stato il servitore di una nobile e pia famiglia, che l’aveva colmato di benefici; e quando vennero i giorni terribili, il suo cuore ingrato non seppe ripagarli che coi tradimenti, colla rapina e colla crudeltà. Fu lui che svelò il nascondiglio de’ suoi padroni; lui, che bestemmiando, li condusse al patibolo e che a prezzo del loro sangue, ebbe i beni, dei quali essi facevano sì buon uso, e che egli scialacquò. “Mostro ch’io sono, diceva egli, due sì amabili, sì buoni padroni!” e nello stesso momento apriva un astuccio e mostrava al prete i loro ritratti. Orrore! Il ministro di Dio riconobbe suo padre e sua madre. Allora fu una scena spaventevole. Il sacerdote, ritto, pallido, tremante, gli occhi di fuoco, guardava l’assassino della sua famiglia, e il moribondo, come uno spettro, si drizzava sul suo giaciglio e mostrando il suo petto nudo e scarno gridava: “Vendicatevi! Vendicatevi!...”. Il sacerdote ricordò che non era più un uomo. Cadendo tutto in lagrime sul collo dell’assassino e ponendogli un crocifisso sulle labbra, soffocò le grida di disperazione: “Amico mio, mio fratello, figlio mio, diceva, tu t’inganni. Io sono Gesù Cristo, e Gesù Cristo ti perdona”. Lungamente si tennero abbracciati, e il mendicante morì, perdonato e benedetto tra le braccia di colui del quale aveva avvelenata la vita». (MONSABRÈ, L’esposizione del dogma cattolico, conf. 72, pagina 52).

5) La confessione è una farsa? Sì, quando è fatta male. No, quando vi sono le dovute disposizioni. Per ottenere il perdono dei peccati, sono necessari fra l’altro il dolore ed il proponimento.

6) Quanto all’ultima obbiezione, tolgo dall’Azione Giovanile di Milano la risposta che Gnao diede ad un suo compagno, che, dinnanzi alla difficoltà, era restato «con tanto di naso»:

Caro Gino dal naso lungo,

Invece di restare con tanto di naso dovevi narrare al tuo compagno questa storiella. Non è mia. È dei Gesuiti. Se non vuoi credere, va a trovarli e domanda loro informazioni in proposito.
C’era una volta in un certo paese di questo mondo un uomo che non andava mai a confessarsi. Era in fondo in fondo una buona pasta. Anzi era fabbriciere della parrocchia. Ed il suo parroco, Don Luigi, non gli lasciava requie. Tutte le volte che lo vedeva, era sempre alla solita canzone: “Signor Tognino, quando farà giudizio? Quando andrà a confessarsi, a regolare le partite della sua coscienza?”. Il signor Tognino non si offendeva. Tutt’altro! Aveva sempre pronta in tasca la gran ragione: “Caro Don Luigi, io verrei volentieri a confessarmi. Ma non ho niente da dire. Di male non ne faccio a nessuno. Neppure al mio gatto. Ammazzare… non ho mai ammazzato. Rubare… non ho mai rubato. Un galantuomo come me, non faccio per dire, è difficile trovarlo. Se tutti fossero come me, il mondo andrebbe meglio…”. Ed il panegirico che il signore Tognino faceva di se stesso continuava a lungo.
Don Luigi un giorno, stanco di ripetere la sua sonata e di udire per la centesima volta la sonata dell’altro, ne pensò una. Splendida. Meravigliosa.
V’era nella chiesa parrocchiale una cappella dedicata a S. Antonio. In alto, molto in alto in una nicchia si trovava la statua del Santo. Da tempo quel polentino d’un sagrestano non la puliva, cosicchè la statua era ricoperta di polvere. E la nicchia piena di ragnatele.
La chiesa era chiusa. Il parroco in casa. Il signor Tognino discorreva con lui per certi affari della fabbriceria.
“Senta, caro signor Tognino, ho bisogno di un piacere grosso da lei”.
“Anche due, don Luigi. Purchè non si tratti confessione… Sa, io non sono contrario ai preti. Ma sono un galantuomo…”. E qui la vecchia litania in suo onore.
Il parroco lo interruppe all’istante.
“No, non si tratta di confessione. Si tratta di aiutarmi a pulire la nicchia e la statua di S. Antonio, tutta sporca di polvere. Il mio sagrestano è un buon diavolo, ma è pigro, è un lazzarone. La chiesa è chiusa; e se lei viene, portiamo giù la statua e in un quarto d’ora tutto è fatto”.
Il signor Tognino non esitò. Insieme si recarono in chiesa. Presero la scala a piuoli. E lui stesso, il fabbriciere, salì; con stento e con mille precauzioni calò la statua, dandola al parroco che giù al basso aspettava, e poi con una scopa entrò nella nicchia vuota per far pulizia.
Credeva, povero signor Tognino, che il parroco stesse spolverando la statua. Invece quel brigante d’un don Luigi, visto il suo… galantuomo nella nicchia, svelto come il vento, portò via la scala, e lasciando da parte S. Antonio, corse alla porta della chiesa, la spalancò, si precipitò al campanile, suonò a distesa tutte le campane, con un concerto rumoroso, strano, quale mai si era udito in paese.
Din, don, dan… Un pandemonio! Il signor Tognino, disperato, gridava come un ossesso. Voleva scendere, saltare, precipitarsi giù. Non lo poteva. La nicchia era troppo in alto. E la gente accorreva spaventata, curiosa, ansiosa di sapere cosa fosse successo. “Ladri? Incendio? Assassinio?”. Entrava in chiesa, vedeva al basso della cappella la statua di S. Antonio, e, al posto del santo, il signor Tognino colla scopa in mano.
Le campane continuavano a suonare. “Din, don, dan”. In brevi istanti, la chiesa fu zeppa di popolo.
Fu allora che il curato fece la predica: “Cari figliuoli, oggi vi regalo un santo nuovo. Un santo più grande di S. Antonio. È il signor Tognino fabbriciere”.
La gente rideva. Il signor Tognino buttò giù la scopa. Successe un po’ di spavento. Ma il parroco continuò:
“Vedete S. Antonio? Era santo. Eppure andava a confessarsi di frequente. Invece il signor Tognino non va a confessarsi mai, perché dice che lui di peccati non ne ha. Dunque è più santo di S. Antonio”.
La gente allora, se l’aveste sentita! Cominciò a sussurrare: “Quello là un santo? Ma se bestemmia sempre””. Ed un altro: “In casa pare un cane arrabbiato! Ha un carattere insopportabile!”. Ed un terzo. “farebbe bene a non rubarmi e non imbrogliarmi quando mi vende le patate!...”.
Insomma fu un panegirico un po’ diverso dal solito che il fabbriciere faceva di se stesso.
Ed intanto il signor Tognino era là, disperato. Si dimenava, gridava, smaniava. Un teatro. Un vero teatro! Non so, caro Gino, se a quest’ora si trovi ancora nella nicchia. In caso affermativo, lo si potrebbe sostituire col tuo compagno. Sarebbe ora di dargli il cambio.

Tanti saluti. GNAO

CONCLUSIONE. – Le campane di Pasqua… Bella e lieta poesia, fra il sorriso della natura che si ridesta nel fremito della primavera. Simbolo delle anime che iniziano una primavera spirituale e sentono nel profondo lo squillo di una risurrezione.
Anche all’Innominato del Manzoni un giorno giunse un’onda di suono e riconobbe uno scampanìo a festa lontano. Andò alla finestra: vide uomini, donne, fanciulli che si recavano dal buon Federico. Andò anch’egli. Divenne felice.
Ecco il nostro sogno ed il nostro voto. Non risuoni invano l’appello di Cristo, che invita alla confessione e al perdono; sia raccolta la Sua voce e porti dovunque risurrezione e vita.

Mons. Francesco Olgiati



Estratto da: Mons. Francesco Olgiati, Schemi di conferenze, Vita e Pensiero, 1953, pp. 290-300.
 
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