Il "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI
La rivelazione diventa liturgia
Nicola Bux
In questo tempo di diffusa eterodossia, la verità deve, come sempre, proporsi con la forza degli argomenti e con i fatti dell'amore. Analogamente, la fede in Gesù si fa strada con la forza dello Spirito Santo che lo rende presente oggi, specie quando guida la Chiesa a rendere a Dio Padre il culto pubblico e integrale.
Di tale forza spirituale vibrano le pagine del libro di papa Benedetto XVI: non ripetono continuamente i teologi, i liturgisti e gli ecumenisti che non è possibile la cristologia senza la pneumatologia? Ecco, Gesù di Nazaret (Rizzoli) è un libro per conoscere Dio e per condurre all'atto fondamentale che Gesù Cristo stesso ha proposto: l'adorazione del Padre. Con Lui e in Lui è venuto il tempo di adorare quel che si conosce - e non si può tornare indietro: il Padre, che Egli ci fa conoscere; con Lui è cominciato il tempo "in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità" (Giovanni, 4, 23). Quanti vogliono conoscere senza pregiudizio la persona di Gesù non possono non diventare veri adoratori di Dio. Perché scrutare le Scritture significa entrare nel culto vero di Dio, che la Chiesa compie quotidianamente. In tal senso, il libro è un aiuto a salire al santo monte "su cui la rivelazione diventa liturgia" (p. 356).
Oltre vent'anni fa, all'Ecumenical institute di Gerusalemme, conversando con Ed Parish Sanders, noto studioso di giudaismo, si constatava insieme che la quasi totalità degli ebrei e dei cristiani sapevano poco di Gesù, e nulla del "Gesù storico" o del "Gesù della fede", né mai potevano essere in grado di comprendere una simile separazione proprio lì, nella Terra Santa dove Egli è vissuto. Tuttavia, grazie alla essenziale formazione catechistica e alla sobria liturgia della Chiesa, i cristiani credevano in Gesù come il Cristo, il Signore, il Figlio di Dio Padre che ha radunato attorno a sé la prima comunità dei "nazareni", chiamati poi cristiani. Tra loro, alcuni testimoni che avevano fissato nella memoria i fatti, ben presto li misero per iscritto. Questo la tradizione patristica e liturgica costantemente ha creduto, respingendo, nei primi secoli, i tentativi ricorrenti di ridurre Gesù a semplice uomo o, al contrario, a un essere soltanto divino; oppure, come negli ultimi tre secoli, a personaggio prodotto dalla fede della comunità. Celebri esegeti d'oltralpe avevano deciso che il sepolcro vuoto fosse una "leggenda eziologica", cioè la causa del mito o della fede in un Cristo risuscitato; qualche teologo italiano negli anni ottanta ha riecheggiato questa tesi, che ha fatto presa per lo più sui chierici; il popolo di Dio in gran parte l'ha ignorata, grazie anche a Vittorio Messori, del quale il papa cita un "importante libro" (p. 64).
Imputato di spicco dell'invenzione del "Cristo della fede" era l'apostolo Paolo che, specie nell'inno della lettera ai Filippesi, ne avrebbe costruito una immagine lontana dalla realtà dei fatti, come invece si presumeva che fossero. Un po' come ai tempi dello gnosticismo, intellettuali singoli o in gruppo, hanno finito per compiere un transfert: il Gesù, esito del lavoro delle loro menti o della speculazione comunitaria, è stato attribuito all'opera di primitive comunità non bene identificate, che avrebbero redatto i Vangeli. Ce li immaginiamo i primi cristiani, magari pilotati da qualcuno più esperto, che discutono e selezionano il materiale orale o scritto, come si fa in un seminario teologico? Non sarebbe stato più semplice seguire il metodo che poi è stato quello della Chiesa: leggere il Gesù del Nuovo Testamento come compimento del Messia previsto nell'Antico? Non è questo fino ad oggi il metodo della liturgia? Invece si è caduti, prima in una sorta di neomarcionismo, isolando il Nuovo Testamento dall'Antico, poi in un certo neoarianesimo, separando il "Gesù della storia" dal "Cristo della fede". Ora, dopo le ricerche degli ultimi tre secoli, le monografie più recenti, tra tutte quella di James Dunn (Gli albori del cristianesimo, Paideia), smentiscono tale separazione. Il Gesù prepasquale è il medesimo che si è manifestato glorioso nella Pasqua e anche dopo di essa.
Alla scoperta di Gesù
In questo contesto, il "tentativo" del Santo Padre - come egli stesso, con grande umiltà, l'ha definito - di riprendere la tradizione senza ignorare la ricerca critica (il libro è corredato da oltre ottanta titoli bibliografici), mira a indicare nuovamente la vera angolazione da cui conoscere Gesù: il mistero di Dio. Questa è in sostanza la realtà di Gesù Cristo (cfr
Colossesi 2, 18). Egli è venuto ed è ancora nel mondo, senza aver mai lasciato il Padre con cui parla faccia a faccia, ben più che un nuovo Mosè. Non è a questo che l'uomo aspira: vedere Dio faccia a faccia? Vedere il suo volto? Ed è questo che salva l'uomo. Ecco chi è Gesù. Che altro deve fare la Chiesa se non annunciare Dio venuto nel mondo, nella carne, presente in mezzo a noi, vicino agli uomini? Non manca nel libro qualche notazione lievemente ironica dell'Autore - "Gesù, profeta digiuno di studi biblici" (p. 231) - che proviene dal confronto straordinario e costante con i Padri della Chiesa (cfr, ad esempio, p. 245), senza nascondere taluni loro limiti.
Così, in dieci capitoli, Joseph Ratzinger ci guida alla scoperta di Gesù. Cominciando dal battesimo al Giordano, dove egli appare subito figura storica e ad un tempo contemporanea, ma anche totalmente altro a confronto con i grandi del suo tempo, per continuare con le Tentazioni nel deserto, dove egli è più storico che mai, perché riprende la storia e la soffre fino in fondo per trasformarla dal di dentro. Proprio nel secondo capitolo affiora il fil rouge del libro: l'adorazione di Dio che Gesù è venuto a riaffermare; in Lui il primo comandamento mosaico "Io sono il Signore Dio tuo" si compie nell'"Io Sono" del Figlio di Dio. L'autore, in tal modo, può anche ricordare che la missione del Vangelo è l'adorazione di Dio, non la soluzione dei problemi sociali. Risulta attualissima la disputa teologica tra Gesù è il Tentatore, "cominciata" alle acque di Meriba con Mosè e riproposta in modo impressionante dall'Anticristo di Solov'ev. La questione è sempre la stessa: Dio, è in mezzo a noi, sì o no? È questa anche la domanda centrale del libro: "Ma che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: Dio ha portato Dio" (p. 67). Così Gesù ha cambiato il mondo non solo una volta per tutte, ma lo cambia ogni volta che incontra il mondo intimo dell'uomo. Perciò Egli ha promesso di essere con noi fino alla fine del mondo.
Allora, si deve adorare Lui solo. A cos'altro la Scrittura sacra poteva mirare se non alla sacra Liturgia? Il metodo suddetto, infatti, caratterizza sin dalle origini la "liturgia dei catecumeni", la parola di Dio rivolta ai chiamati. Si deve poter giungere a dire con Gesù alla samaritana: "Voi adorate quello che non conoscete. Noi adoriamo quello che conosciamo" (Giovanni 4, 22).
La forza del Vangelo
Il capitolo terzo, intitolato
Il Vangelo del regno di Dio, sottolinea il fatto che esso è forza e non solo comunicazione. Forza che fa fuggire i demoni, partes adversae. Forza che esalta la ragione contro l'irrazionalità, che libera dalla paura dei demoni. Questa potenza è il regno e il Vangelo. Gesù fa osservare che, se i demoni fuggono, è venuto in mezzo a noi il regno di Dio. Il regno viene nella liturgia, dove lo Spirito scaccia il maligno e opera la trasformazione della materia: l'acqua che cancella il peccato e il pane che diventa corpo di Cristo. Nella liturgia il Dio Creatore è il Signore e in essa il regno manifesta la sua realtà: la rivelazione del regno culmina nella signoria di Dio nei cuori umani. Se Gesù è Dio presente, egli agisce qui e ora: "è qualcosa di assolutamente presente - presente nella liturgia, nel tempio (...) presente come forza che dà forma alla vita attraverso la preghiera e l'esistenza del credente, il quale (...) partecipa in anticipo al mondo futuro" (p. 81). Possiamo avvicinarci a Gesù "solo accettando il tutto" (p. 83) - Gesù è cattolico, diceva Balthasar - e "parla sempre come Figlio", anche prima della Pasqua. Il discorso su Gesù è un discorso sulla presenza di Dio, proprio come la liturgia che per questo è sacra, come diciamo noi latini, o divina, come dicono gli orientali.
Così, se i capitoli quarto, sul discorso della montagna, e settimo, sul messaggio delle parabole, aiutano a capire la parola divina di Gesù, i capitoli quinto e ottavo delineano l'originalità della preghiera di Cristo, che è rivolta al Padre nello Spirito, e l'originalità delle grandi immagini giovannee che Gesù dà di sé e che sono la figura dei sacramenti.
A differenza di Rudolf Bultmann, Joseph Ratzinger è stato in Terra Santa dove si comprende meglio chi è Gesù: "La sua natura più intima è l'umiltà, la mansuetudine di fronte a Dio e agli uomini" (p. 105); ciò vince l'autosufficienza presuntuosa dell'uomo. Cristo è la chiave attraverso cui aprire l'uomo all'amore di Dio: in tal modo fioriscono i santi, nei quali si dimostra che la vera morale cristiana è l'amore e la vera legge è la libertà. E ciò permette di passare da un'idea ristretta di prossimo a una di popolo universale, il nuovo popolo di Dio. Il Gesù dei Sinottici è lo stesso del Vangelo di Giovanni, non v'è opposizione: è il Gesù storico che dà origine al nuovo Israele, la Chiesa.
Ratzinger valorizzando tutti gli apporti dell'esegesi delle parabole, in special modo Joachim Jeremias, giunge ad indicare tra l'altro l'inconsistenza di una struttura sociale del Vangelo e a permettere la comprensione anche della politica e della cosiddetta laicità. In ogni caso, gli ordinamenti sociali sono sempre riformulabili, mentre resta fermo che per essere uomini bisogna partire da Dio e stare con Dio. Ciò dovrebbe indurre a riflettere in primis i sacerdoti: vale di più accogliere il figlio prodigo e invitarsi a casa di Zaccheo per riconciliarlo, imitando Gesù, oppure organizzare marce in nome della legalità, imitando i politici? Non sono proprio i cattivi dei nostri giorni quell'uomo spoliatus e vulneratus, da abbracciare perché, come dice Agostino, "il braccio del Padre è il Figlio" (p. 245)?
Un aiuto alla «lectio divina»
Il capitolo quinto sulla preghiera del Signore, offre in un certo senso le caratteristiche di fondo della liturgia cristiana che, sull'esempio del Salvatore, evita l'esibizione e il profluvio di parole che soffocano lo Spirito, e orienta verso Dio, proprio mediante il Pater con le parole suggerite da Dio stesso. Il suo Nome chiama l'uomo come dal roveto ardente del Sinai così dal "roveto ardente" della Croce, provocandolo ad "un grande esame di coscienza" sull'"atteggiamento liturgico": "Come tratto io il santo nome di Dio? Sto con timore riverenziale davanti al mistero del roveto ardente, davanti all'incomprensibile modalità della sua vicinanza fino alla presenza nell'Eucaristia, nella quale Egli si consegna davvero totalmente nelle nostre mani? Mi preoccupo che la santa coabitazione di Dio con noi non trascini Lui nel sudiciume, ma elevi noi alla sua purezza e santità?" (p. 175). Poi, i temi liturgici e quelli morali si intrecciano: dal cuore docile per entrare nella comunione con Cristo, alla povertà di chiedere il pane solo per oggi, al perdono da dare sempre.
Pertanto, possiamo dire che Gesù di Nazaret è un libro che aiuta alla lectio divina della Scrittura, che è sacra anche per questo; che aiuta a comprendere, nella grande tradizione della Chiesa, il senso dell'espiazione e del sacrificio, il prezzo del sangue e il valore della prova, "la speranza centrale della nostra fede. "Salvaci, redimici, liberaci!"" (p. 197), che svela il senso del martirio di Gesù e del cristiano.
Il capitolo settimo sul messaggio delle parabole - nel quale il "dialogo" con Adolf Jülicher costituisce quasi un saggio sulla differenza dall'allegoria e sui limiti dell'esegesi liberale - aiuta a cogliere che il Dio vicino non significa che sia un Dio evidente; perciò suona umile l'invito: "Credi e lasciati guidare dalla fede" (p. 229). Infatti, le parabole, recando intimamente iscritto in sé il mistero della Croce, inducono a rettificare "un concetto di realtà che esclude la trasparenza del reale in direzione di Dio" e perciò possono avere un effetto ambiguo: o induriscono il cuore o lo liberano dal peccato, "dall'attaccamento all'io e al "sì" impersonale" (p. 230) per lasciarsi guidare dal Pastore che chiama sempre personalmente.
Ed è per questo che Gesù ha dato a Pietro una responsabilità personale nominale per tutta la Chiesa, "così giunge alle pecore "attraverso Gesù", non le considera proprie - di Simon Pietro - bensì come il "gregge" di Gesù" (p. 321). È già in questo spossessamento la struttura martiriologica del primato: la confessione di Pietro, quella nei Sinottici e quella in Giovanni, dà fisionomia ai Dodici e si comprende in rapporto alla Croce e all'Eucaristia. Ratzinger incastona qui una tesi proposta da teologo che, a mio avviso, è l'apporto più originale e nuovo di questo secolo all'ecclesiologia e alla concezione del primato petrino e romano. La responsabilità universale conferita da Cristo a Pietro proviene dal suo faccia a faccia col Padre, e i Dodici lo vedono "nel punto da cui provengono tutte le sue parole, le sue azioni, la sua potestà" (p. 337). È la sorgente perenne del diritto divino del primato, che ne fa una verità cattolica da credere e non una opinione da discutere. Come il mistero di Gesù, così quello di Pietro non lo si deve interpretare a partire dal passato, ma dalla sorgente eterna che è il seno del Padre. Questo è impreteribile nel dialogo ecumenico, perché implica la croce e la contraddizione del rifiuto di quanti continuano "a pensare secondo "la carne e il sangue" e non secondo la rivelazione che possiamo ricevere nella fede" (p. 346).
Fiducia nel dialogo con gli ebrei
Un altro contributo il libro lo dà al superamento dell'artificiosa contrapposizione tra Cristo e Paolo, fino a "riconciliarlo", a mio avviso, col giudaismo. Benedetto XVI non dimentica l'erudito rabbino Jacob Neusner, che in un saggio del 1993 aveva marcato la differenza tra la
Torah e Gesù e, anche per questo, il Gesù di Nazaret contribuisce al confronto e al dialogo con gli ebrei, "un tentativo che sta completamente nelle mani di Dio" (p. 248), con un messaggio: "Allora non abbandoneranno la loro obbedienza - alla Torah che permette di vedere "soltanto le spalle di Dio" (pp. 310-311) - ma essa verrà da fonti più profonde e perciò sarà più grande, più sincera e pura, ma soprattutto anche più umile" (p. 249).
Così si capisce di più il gesto di Giovanni Paolo II al Muro del pianto e, ancora prima, l'intervento del cardinale Ratzinger alla Conferenza internazionale ebraico-cristiana a Gerusalemme nel 1994 dove svolse la tesi della riconciliazione, essenza di due fedi, ricordando che il sangue versato da Cristo non grida vendetta ma appunto riconciliazione.
Dunque il libro serve anche a conoscere e valorizzare il giudaismo, entrando in dialogo e dando ragione della fede cristiana.
Benedetto XVI con fine capacità esegetica spazia dall'Antico al Nuovo Testamento, come quando ricorda che la grazia e la verità non aboliscono ma compiono la legge. L'autore pone in definitiva la domanda che inquietava Tertulliano, quando sosteneva che la carne è il cardine della salvezza: oggi il cristiano vuole la carne di Cristo?
Le religioni e i miti, che Ratzinger conosce in profondità, aspirano a vedere Dio e si compiono solo in Gesù; l'episodio della pesca miracolosa a Tiberiade con il riconoscimento del Signore risorto da parte di Simon Pietro, fa capire "ciò che accade quando l'uomo si trova improvvisamente e direttamente esposto alla vicinanza di Dio" (p. 348). Il dialogo interreligioso "affonda" se non aspira a riconoscere Colui che viene a noi camminando sull'acqua (cfr Marco, 6, 50), perché l'aspirazione degli uomini veramente religiosi resta sempre arrivare a vedere Dio.
Il senso nuovo dell' «Io-Sono»
Il capitolo ottavo sulle immagini giovannee - non più parabole ma discorsi con immagini - vuole dimostrare finalmente come nella persona di Gesù l'unità col Padre determini tutto; un esempio di dibattito sereno di cui ha bisogno anche la Chiesa, perché aiuta a capire "quanto poco l'elevata scientificità offra una protezione contro errori di fondo" (pp. 259-260). Come la conoscenza del Figlio avviene "nel seno" del Padre, così la conoscenza di Gesù avviene nel seno della Chiesa. Se la Chiesa non entra in contatto con le ferite di Gesù risorto, cioè se non lo adora come Dio, non può conoscerlo. È solo a partire da lui che si può comprendere la Scrittura. Proprio nella Trasfigurazione Cristo conversa con Mosè ed Elia, emblemi della
Torah e dei Profeti. Come si è detto all'inizio, "la rivelazione diventa liturgia".
A questo punto, chi dubiterebbe che tra Parola e liturgia non vi sia il nesso dato dalla presenza divina di Gesù il Figlio? Il libro ricorda ciò che rende permanentemente possibile tutto questo: è la presenza divina, la forza, il mistero, che, irrompente innanzitutto nel piccolo gruppo dei discepoli e attraverso di esso (capitolo sesto), nasce dal dialogo tra Padre e Figlio, perché "non ci si può fare discepoli da sé" (p. 204). Un gruppo afferrato e costituito come suo corpo già a partire dai due momenti importanti nel cammino di Gesù: la confessione di Pietro e la Trasfigurazione (capitolo nono). Così si rivela inconsistente anche la cesura tra il Gesù prepasquale e quello che sarebbe sorto con e dopo la Pasqua.
Il capitolo decimo è di rara bellezza e aiuta alla conoscenza ultima del Figlio e della Croce: infatti "i giudici del Sinedrio hanno senz'altro compreso correttamente Gesù" (p. 378). Senza l'"Io-Sono" non si capisce la Croce: Dio "regna dal legno" (pp. 387-388). L'"Io-Sono", il titolo cristologico per eccellenza, è la fonte e il culmine del culto in spirito e verità, del sacramento, la risposta alla domanda di senso dell'uomo. Davvero in Gesù Figlio di Dio, "la rivelazione diventa liturgia".
Proprio, le affermazioni di Gesù su se stesso, in specie il Figlio e l'"Io Sono", indicano che la parola divina di Gesù e l'adorazione di lui e, in lui, del Padre sono possibili per la sua presenza indefettibile: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo". Senza tale promessa non sarebbe possibile conoscerlo né adorare il Padre. Ma nello Spirito Santo questo è accaduto una volta per tutte ed è per sempre. Solo la purezza del cuore permette di conoscere e di giungere in certo senso a intuire la relazione di sottomissione e di uguaglianza del Padre e del Figlio che caratterizza il mistero della Santa Trinità. Proprio i titoli di Figlio e di Padre (Abba) ci fanno guardare nell'intimità di Dio. Ma - bisogna porre attenzione - "il roveto ardente è la croce. La suprema pretesa di rivelazione, l'"Io-Sono" e la croce di Gesù sono inseparabili" (p. 399). L'esegesi diventa rivelazione e porta all'adorazione: "Nel Credo di Nicea la Chiesa dice insieme con Pietro sempre di nuovo a Gesù: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Matteo 16, 16)" (p. 405).
Come la confessione di Pietro, il libro Gesù di Nazaret conferma la fede cattolica in Colui che rimane "segno di contraddizione" (Luca 2, 34) per il mondo.
(©L'Osservatore Romano - 28 Ottobre 2007)